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Sentenza

Corte di Cassazione Sez. V Penale, Sent. 7 ottobre 2011 36422 Pres. Ferrua – est. Bruno , n.36422 Associazione a delinquere di stampo mafioso: tentato omicidio: l'idoneita' degli atti deve essere valutata con giudizio
Corte di Cassazione Sez. V Penale, Sent. 7 ottobre 2011 36422 Pres. Ferrua – est. Bruno , n.36422 Associazione a delinquere di stampo mafioso: tentato omicidio: l'idoneita' degli atti deve essere valutata con giudizio
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. V PENALE , SENTENZA 7 ottobre 2011 36422 Pres. Ferrua – est. Bruno , n.36422 - Pres. Ferrua – est. Bruno

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. - B.C., C.G., C.P., C.V., Cu.Sa., D.P.C., L.G.G. e P.G., assieme ad altri imputati, erano chiamati a rispondere, innanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta, dei reati, per ciascuno, di seguito indicati.
1.1. - B.C.:
a1) ai sensi dell'art. 416 bis c.p., commi 1, 2, 4 e 6, per essersi associato con altri (tra cui T.R., minore di età, e Bo.Fe., deceduto, tutti appartenenti all'organizzazione mafiosa denominata cosa nostra operante nel territorio di Riesi, associazione criminale che, strutturata in organismi a base piramidale, costituita dalle "province", a loro volta articolate in "mandamenti", ciascuno dei quali composto da diverse "famiglie", operanti unitariamente ad analoghe strutture criminali insediate in altre zone del territorio nazionale ed estero, è da qualificare di tipo mafioso perchè i suoi affiliati si avvalgono della forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà da esso derivante per commettere delitti di ogni genere - tra cui, in particolare: omicidi, estorsioni, traffico di sostanze stupefacenti, rapine, traffico di armi - nonchè per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o, comunque, il controllo di attività economiche quali forniture per la realizzazione di opere pubbliche e private, concessioni, appalti di opere pubbliche, nonchè per realizzare ingiusti vantaggi di vario genere e per procurare voti in occasioni di consultazioni elettorali;
con l'aggravante di cui al comma 4, trattandosi di associazione armata, attesa la disponibilità da parte degli affiliati di armi e materie esplodenti, anche se occultate o tenute in deposito; nonchè con l'aggravante di cui al comma 6 per avere gli associati finanziato, in tutto o in parte, le attività economiche controllate con il prezzo, il prodotto, il profitto dei delitti.
d1) ai sensi degli artt. 56, 81 cpv. e 110 c.p., art. 112 c.p., comma 1, n. 1, art. 575 c.p., e art. 577 c.p., n. 3 in relazione L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, facendo parte dell'associazione di stampo mafioso denominata "cosa nostra" e più precisamente della frangia ribelle all'articolazione riesina di detto sodalizio denominata "clan C.", in concorso tra loro, in numero superiore a cinque, con premeditazione, deliberando il proposito criminale, organizzando le fasi esecutive del delitto, operando lo studio dei movimenti e delle abitudini della vittima, presidiando con armi i luoghi prescelti per la consumazione dell'omicidio, compivano atti idonei diretti in modo univoco all'uccisione di C.F., non verificandosi l'evento per cause indipendenti dalla loro volontà, in particolare per gli interventi delle forze dell'ordine, on l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
d2) ai sensi dell'art. 81 cpv. c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 110 c.p., art. 112 c.p., comma 1, n. 1, L. n. 895 del 1967, artt. 2 e 7 in relazione L. n. 203 del 1991, art. 7 perchè, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, facendo parte dell'associazione di stampo mafioso denominata "cosa nostra" e più precisamente della frangia ribelle all'articolazione riesina di detto sodalizio denominata "Clan C.", in concorso tra loro, al fine di commettere l'omicidio di C.F., illegalmente detenevano armi comuni da sparo e da guerra occultate in luoghi sicuri, nelle campagne di C.da Bannuto, Cammarrera e Gurgazzi, agro di Riesi. Con l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
d3) ai sensi dell'art. 81 cpv. c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 110 c.p., art. 112 c.p., comma 1, n. 1, L. n. 895 del 1967, artt. 4 e 7 in relazione L. n. 203 del 1991, art. 7 perchè, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, facendo parte dell'associazione di stampo mafioso denominata "cosa nostra" e più precisamente della frangia ribelle all'articolazione riesina di detto sodalizio denominata "Clan C.", in concorso tra loro, al fine di commettere l'omicidio di C.F., illegalmente portavano in luogo pubblico armi comuni da sparo e da guerra, occultate in luoghi sicuri, nelle campagne di C.da Bannuto, Cammarrera e Gurgazzi, agro di Riesi. Con l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
1.2. - C.G.:
a1) come sopra rubricato;
b1) ai sensi dell'art. 61 c.p., nn. 1 e 5, art. 110 c.p., art. 112 c.p., n. 1, art. 575 c.p., e art. 577 c.p., n. 3, per avere, in concorso con altri, cagionato la morte di Bo.Fe., attinto da numerosi colpi di pistola cal. 7.65 e di fucile cal. 12.
b2) e b2), relativi ai connessi reati di detenzione e porto illegali delle armi anzidette.
Con l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis e al fine di ripristinare l'ordine interno del sodalizio, e quindi per agevolarne le attività;
h1) furto continuato aggravato, anche ai sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7, in concorso con altri, di materiali di costruzione in danno del cantiere riesino della cooperativa Coopcostruttori a.r. di Argenta;
h2) furto continuato aggravato anche ai sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7, in concorso con altri, di due serbatoi d'acqua siti nelle immediate vicinanze dell'anzidetto cantiere.
n1) estorsione continuata aggravata, anche ai sensi della L. n. 203 del 1991, art. 7, nei confronti dei responsabili dell'anzidetta cooperativa.
1.3. - C.P.:
a1) art. 416 bis, come sopra rubricato, in (OMISSIS), con l'ulteriore aggravante di cui al comma 2 dello stesso articolo, per avere promosso, diretto e, comunque, organizzato l'associazione mafiosa;
c1) ai sensi degli artt. 81 cpv. e 110 c.p., art. 112 c.p., n. 1, art. 575 c.p. e art. 577 c.p., n. 3, artt. 56 e 575 c.p. e art. 577 c.p., n. 3, in ordine all'omicidio in danno di G.V. e G. ed al tentato omicido in danno di G.S.;
m1) ai sensi degli dagli artt. 81 cpv. e 110 c.p., art. 629 c.p., commi 1 e 2, in relazione all'art. 628 c.p., comma 3, n. 3 ed alla L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, facendo parte dell'associazione per delinquere di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra" e più precisamente dell'articolazione desina di detto sodalizio denominata "Clan C.", per perseguire le finalità di detta organizzazione, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, facendo leva sulla forza intimidatrice del vincolo associativo e sulla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, in concorso tra loro, costringevano i responsabili della Feudo Principi di Bufera s.r.l. a pagare loro somme di denaro, nonchè ad assumere persone vicine o addirittura appartenenti al sodalizio. Con l'aggravante per C.F. di cui alla L. n. 575 del 1965, art. 7 per aver commesso il fatto mentre era sottoposto, con provvedimento definitivo, alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S. con Obbligo di Soggiorno. Con l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 6, per aver commesso il reato durante il tempo in cui si era volontariamente sottratto all'esecuzione di un ordine d'arresto pendente nei suoi confronti e con l'ulteriore aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
n1) estorsione aggravata, come contestata a C.G.;
o1) ai sensi degli artt. 81 cpv. e 110 c.p., art. 629 c.p., commi 1 e 2, in relazione all'art. 628 c.p., comma 3, n. 3 ed alla L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, facendo parte dell'associazione per delinquere di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra" e più precisamente dell'articolazione riesina di detto sodalìzio denominata "Clan C.", per perseguire le finalità di detta organizzazione, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, facendo leva sulla forza intimidatrice del vincolo associativo e sulla condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, in concorso tra loro e con D.S. (deceduto), costringevano l'imprenditore S.A. ed il figlio S.G.M. a pagare delle somme di denaro e ad assumere persone appartenenti e/o vicine al sodalizio.
Con l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 6, per aver commesso il reato durante il tempo in cui si era volontariamente sottratto all'esecuzione di un ordine di arresto pendente nei suoi confronti;
con l'ulteriore aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
1.4. - C.V.:
a1) art. 416 bis come contestato agli altri imputati, in (OMISSIS);
m1) estorsione aggravata in danno della Feudo Principi di Butera srl, come contestato a C.P., con l'aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 6, per aver commesso il reato durante il tempo in cui si sono volontariamente sottratti all'esecuzione di un ordine d'arresto pendente nei loro confronti e l'ulteriore aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
1.5. - Cu.Sa.:
a1) art. 416 bis come contestato agli altri;
d1) d) e d3) tentato omicidio in danno di C.F. e connessi reati in tema di armo, come contestati a B.C..
1.6. - D.P.C.:
i2) ai sensi dell'art. 648 c.p., in relazione alla L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, facendo parte dell'associazione per delinquere di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra" e più precisamente della frangia ribelle all'articolazione riesina di detto sodalizio denominato "Clan C.", per perseguire le finalità di detta organizzazione, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, al fine di trarne ingiusto profitto, senza aver concorso nel reato meglio indicato nel capo che precede, riceveva ed occultava nella propria azienda sette delle mucche sottratte all'imprenditore ragusano Sc.Ma. la notte tra il (OMISSIS);
con l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
q1) ai sensi degli artt. 110, 81 cpv. e 640 bis c.p. in relazione alla L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, in concorso tra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, con artifizi e raggiri consistiti nel presentare all'INPS di Caltanissetta, il M. ed il Gi. in qualità di titolari di aziende agricole, una fittizia comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro, rispettivamente, di D.P. e di Ta. come braccianti agricoli, e questi ultimi presentando all'INPS di Caltanissetta domanda di disoccupazione agricola per l'anno 2005, inducevano in errore l'INPS rappresentando cosi circostanze di fatto idonee a fondare il diritto alla percezione delle relative provvidenze pari ad Euro 4.599,00 per Ta. ed Euro 4.619.00 per D.P., liquidate in data 5 luglio 2006; con l'aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
1.7. - L.G.G.:
a1) come contestato agli altri, da epoca imprecisata al (OMISSIS);
c1) ai sensi degli artt. 81 cpv. e 110 c.p., art. 112 c.p., n. 1, art. 575 c.p., e art. 577 c.p., n. 3, artt. 56 e 575 c.p., e art. 577 c.p., n. 3, in ordine all'omicidio in danno di G.V. e G. ed al tentato omicidio in danno di G.S.;
1.8- P.G.:
a1) art. 416 bis come contestato agli altri;
d1) d) e d3) tentato omicidio in danno di C.F. e connessi reati in tema di armo, come contestati a B.C. e Cu.Sa..
i1) ai sensi dell'art. 61 c.p., n. 7, artt. 81 cpv e 110 c.p., art. 112 c.p., comma 1, n. 1, art. 624 c.p., e art. 625 c.p., nn. 2 e 8, in relazione alla L. n. 203 del 1991, art. 7, perchè, facendo parte dell'associazione per delinquere di tipo mafioso denominata "Cosa Nostra" e più precisamente della frangia ribelle all'articolazione riesina di detto sodalizio denominato "clan C., per perseguire le finalità di detta organizzazione, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di trarne ingiusto profitto, in concorso tra loro, in numero superiore a cinque, introducendosi, dopo aver sforzato il cancello d'ingresso, all'interno dell'azienda dell'imprenditore Sc.Ma., si appropriavano di dodici capi di bestiame raccolto in mandria, per un danno stimato in circa 12.000,00 Euro.
Con le aggravanti del danno patrimoniale di rilevante gravità, della violenza sulle cose e di aver commesso il fatto su animali bovini, nonchè con l'ulteriore aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi delle condizioni di cui all'art. 416 bis.
2. - Con sentenza del 4 novembre 2008, la Corte di Assise di Caltanissetta dichiarava B.C., Cu.Sa., C.G., C.P., C.V., L. G.G. e P.G. responsabili del reato loro ascritto al capo a1), ai sensi dell'art. 416 bis c.p., esclusa per tutti l'aggravante del comma 6.
Dichiarava, altresì, B. colpevole dei reati di cui ai capo d1, d2 e d3), riguardanti il tentato omicidio di C. F. e connessi reati in tema di armi;
C.P. colpevole dei reati di estorsione aggravata di cui m1), n1) e o1) della rubrica;
C.V. colpevole del reato di estorsione aggravata di cui al capo m1;
Cu.Sa. colpevole del reato di tentato omicidio e connessi reati in tema di armi di cui ai capi d1), d2) e d1);
D.P.C. colpevole dei reati di ricettazione di cui al capo i2) e del reato previsto dagli artt. 56 e 640 bis c.p., così qualificata l'originaria imputazione di cui al capo q1), esclusa l'aggravante della L. n. 203 del 1991, art. 7;
P.G. colpevole del reato di tentato omicidio e connessi reati in tema di armi di cui ai capi d1), d2) e d3).
A sostegno della pronuncia di colpevolezza erano addotte le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, le risultanze di captazioni telefoniche ed ambientali e degli accertamenti di polizia giudiziaria.
Per l'effetto, gli imputati anzidetti erano condannati alle pene di seguito specificate:
B.C. - riconosciuta la continuazione - ad anni diciotto di reclusione; C.G. ad anni undici di reclusione;
C.P. - riconosciuta la continuazione - ad anni venti di reclusione;
C.V. - riconosciuta la continuazione - ad anni quindici di reclusione;
Cu.Sa. - ad anni diciotto di reclusione;
D.P.C. alla pena di anni tre di reclusione ed Euro 1.000,00 (mille) di multa per il reato di cui al capo i2) ed a quella di mesi otto di reclusione per il reato di cui al capo q1) e, dunque, alla pena complessiva di anni tre e mesi otto di reclusione ed Euro 1.000,00 di multa;
L.G.G. ad anni dodici di reclusione;
P.G. per i reati a lui ascritti ai capi a1), d1), d2) e d3), unificati sotto il vincolo della continuazione alla pena di anni diciotto di reclusione, e per il reato di cui al capo i1), alla pena di anni tre di reclusione ed Euro 500,00 di multa e, dunque, alla pena complessiva di anni ventuno di reclusione ed Euro 500,00 di multa;
con le consequenziali statuizioni di legge per tutti gli imputati.
B.C., Cu.Sa., C.G., C.P., C.V., L.G.G. e P.G. erano, inoltre, condannati in solido al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio civile, in favore della F.A.I. nonchè al pagamento di una provvisionale provvisoriamente esecutiva;
C.G. era assolto dagli altri reati a lui ascritti per non aver commesso il fatto:
C.P. e L.G.G. erano assolti dal reati loro ascritto al capo c1) per non aver commesso il fatto, messo il fatto;
3. - Pronunciando sugli appelli proposti in favore degli imputati, la Corte di Assise di Appello, con la sentenza indicata in epigrafe, in parziale riforma della sentenza impugnata, così provvedeva:
riduceva le pene inflitte a B.C. e Cu.Sa.
nella misura di anni quattordici di reclusione per ciascuno; a C.G. ed a L.G.G. nella misura di anni dieci di reclusione per ciascuno; a P.G. nella misura di anni quattordici di reclusione per i reati di cui ai capi a1), d1), d2) e d3) della rubrica, ferma restando la pena di anni tre di reclusione ed Euro 500 di multa per il reato di cui al capo i1), e per l'effetto determinava la pena complessiva in anni diciassette di reclusione ed Euro 500 di multa; riduceva, altresì, la pena inflitta a D.P.C. per il reato di cui al capo i2) nella misura di anni due e mesi sei di reclusione ed Euro 800 di multa ed a mesi sei di reclusione per il reato di cui al capo q1), e quindi determina la pena complessiva in anni tre di reclusione ed Euro 800 di multa;
confermava nel resto l'impugnata sentenza.
4. - Schematizzando le precedenti informazioni, in ideale rappresentazione sinottica, si delineano, per ciascun imputato, le seguenti posizioni:
B.C.:
imputato dei reati:
a1) art. 416 bis;
d1, d2 e d3) tentato omicidio C.F. e connessi reati in materia di armi, è stato condannato, in primo grado, per tutti i reati anzidetti, con pena di anni diciotto di reclusione.
In appello, la pena gli è stata ridotta nella misura di anni quattordici di reclusione.
C.G.:
imputato dei reati:
a1);
b1) b2) b3) omicidio Bo.;
h1), h2) furto aggravato;
n1) estorsione aggravata in danno della Cooperativa Costruttori, in primo grado è stato condannato solo per il reato associati vo di cui al capo a1), mentre è stato assolto da tutti gli altri reati con formula per non aver commesso il fatto; gli è stata irrogata la pena di anni undici di reclusione.
In appello, la pena gli è stata ridotta nella misura di anni dieci.
C.P.:
imputato dei reati:
a1);
c1) duplice omicidio e tentato omicidio G..
m1) estorsione Feudo Principi di Bufera;
n1) estorsione Cooperativa Costruttori;
o1) estorsione impresa S..
In primo grado è stato condannato per tutti i reati in contestazione, ad esclusione di quello di cui al capo c1), per il quale è stato assolto con formula per non aver commesso il fatto;
gli è stata inflitta la pena di anni venti di reclusione.
In appello le anzidette statuizioni sono state interamente confermate.
C.V.:
imputato dei reati:
a1);
m1) estorsione Feudo Principi di Bufera;
In primo grado è stato riconosciuto colpevole per i reati anzidetti e condannato alla pena di anni quindici di reclusione.
In appello, le anzidette statuizioni sono state interamente confermate.
CU.Sa.:
imputato dei reati:
a1);
di) d2) d3) tentato omicidio C.F. e connessi reati armi.
In primo grado, è stato ritenuto responsabile di tutti i reati anzidetti e condannato alla pena di anni diciotto di reclusione.
In appello, la pena gli è stata ridotta nella misura di anni quattordici di reclusione.
D.P.C.:
imputato dei reati:
i2) art. 648, comma 7: ricettazione di mucche sottratte a Sc.;
q1) art. 640 bis, comma 7, truffa in danno INPS. In primo grado è stato ritenuto colpevole del reato di cui al capo i2) e per il reato previsto dagli artt. 56 e 640 bis c.p., così qualificata l'originaria imputazione di cui al capo q1), esclusa l'aggravante della L. n. 203 del 1991, art. 7; e condannato alla pena di anni tre di reclusione ed Euro 1.000,00 (mille) di multa per il reato di cui al capo i2) e mesi otto di reclusione per il reato di cui al capo q1), e, dunque, alla pena complessiva di anni tre e mesi otto di reclusione ed Euro 1.000,00 di multa;
In appello, la pena è stata ridotta per il reato di cui al capo i2) nella misura di anni due e mesi sei di reclusione ed Euro 800 di multa ed a mesi sei di reclusione per il reato di cui al capo q1), con pena complessiva di anni tre di reclusione ed Euro 800 di multa.
L.G.G..
Imputato dei reati:
a1);
c1) duplice omicidio e tentato omicidio G..
In primo grado, è stato assolto dal reato di cui al capo c1) per non aver commesso il fatto grado, mentre è stato ritenuto colpevole del reato associativo sub a1) e condannato alla pena di anni dodici di reclusione.
In appello, la pena gli è stata ridotta nella misura di anni dieci di reclusione.
P.G..
Imputato dei reati:
a1);
d1) d2) d3) tentato omicidio C.F.;
i1) furto aggravato delle mucche di Sc..
In primo grado è stato ritenuto colpevole di tutti i reati e condannato alla pena di anni diciotto di reclusione, per i reati sub a1), d1), d2) e d3), ed a quella di anni tre di reclusione ed Euro 500,00 di multa per il reato di cui al capo i1), e, dunque, alla pena complessiva di anni ventuno di reclusione ed Euro 500,00 di multa.
In appello la pena è stata ridotta nella misura di anni quattordici di reclusione per i reati di cui ai capi a1), d1), d2) e d3) della rubrica, ferma restando la pena di anni tre di reclusione ed Euro 500 di multa per il reato di cui al capo i1), e per l'effetto la pena complessiva è stata rideterminata in anni diciassette di reclusione ed Euro 500 di multa.
Avverso l'anzidetta pronuncia i difensori degli imputati hanno proposto distinti ricorsi per cassazione, ciascuno affidato alle ragioni di censura indicate in parte motiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.1 - Il primo motivo del ricorso in favore di B.C. denuncia vizio di motivazione con riferimento ai canoni di valutazione probatoria di cui all'art. 192 c.p.p., comma 3 e 4, sull'assunto che la Corte di merito: - a) non avrebbe tratto le dovute conseguenze dal fatto che il collaboratore Ba.
C. aveva dichiarato di conoscere, superficialmente, il B. soltanto come un avvicinato con Ta. (altro collaboratore di giustizia) e non già come soggetto inserito - secondo la tesi accusatoria - nella cd. frangia ribelle nell'ambito della quale sarebbe maturato il progetto omicidiario in danno di C.F.; - b) avrebbe indebitatamene attribuito credibilità alla chiamata in correità effettuata nei confronti del B. dal nominato Ta.Gi., nonostante che questi - oltre ad avere, in passato, falsamente accusato altre persone di un omicidio (quello in danno di tale Bo.Fe.), del quale si sarebbe, poi, lui stesso accusato - non avesse originariamente indicato il B. tra le persone coinvolte nel tentativo di omicidio in contestazione e che la sua successiva indicazione (peraltro priva di riscontri) fosse, verosimilmente, imputabile a motivi di rancore, avendo lo stesso collaboratore ammesso di aver chiesto del danaro al ricorrente, sia pure precisando che si sarebbe trattato di somma dovutagli a seguito della cessione di un autoveicolo; c) non avrebbe fornito adeguata motivazione a fronte della documentazione medica prodotta dalla difesa a dimostrazione del fatto che il B., tra il (OMISSIS), era affetto da distorsione ad un piede e non sarebbe stato, quindi, in grado di guidare un autoveicolo, come invece, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbe fatto nel corso dei vari tentativi di omicidio in danno di C.F.; - d) non avrebbe rilevato, con riguardo alle dichiarazioni accusatorie nei confronti dello stesso imputato, provenienti da altro collaborante di giustizia, il marocchino b.m., che: - d-1) esso b., stando alle risultanze delle disposte intercettazioni ambientali, non si sarebbe mai trovato, in occasione dei suddetti tentativi di omicidio, contrariamente a quanto da lui sostenuto, a bordo dell'autovettura del B., ma sempre a bordo di quella del P.; - d-2) nonostante il fatto che le utenze cellulari del B. e del Ta. fossero sotto intercettazione, non vi sarebbe traccia della telefonata che, a dire del b., il primo avrebbe effettuato al secondo, per avvisare del fatto che la vittima designata era in compagnia della moglie e dei figli e che sul posto c'erano anche dei Carabinieri, del cui intervento, parimenti, non vi sarebbe traccia in verbali o rapporti di servizio; d-3) quanto sostenuto dal b. circa la presenza, tra i partecipanti al tentativo di omicidio, di tale D.P.P. sarebbe stato smentito dal Ta., tanto che esso D.P. era stato assolto; d-4) quanto alle conversazioni intercettate, alcune sarebbero state riferibili ad un " C." non necessariamente identificabile nel B., mentre le altre, cui questi aveva effettivamente partecipato, avrebbero dovuto essere ritenute irrilevanti, risultando da esse soltanto che l'imputato, addetto all'amministrazione di un'azienda di proprietà di un notaio, si sarebbe limitato a comunicare al Ta. la decisione del detto notaio di non più avvalersi della collaborazione di alcuni soggetti (segnatamente il fratello di esso Ta., a nome Lu. ed i fratelli D.P.), in quanto mostratisi poco o per nulla assidui nell'espletamento del lavoro che avrebbero dovuto svolgere).
Il secondo motivo deduce violazione dell'art. 416 bis c.p., sul rilievo che la responsabilità dell'imputato come partecipe della presunta frangia ribelle al predominio della famiglia C. era stata affermata nonostante che tale partecipazione non fosse stata confermata dal collaboratore Ba. e neppure dal Ta., avendo questi dichiarato che il B. non faceva parte di alcuna organizzazione criminale, ma si era limitato a fornire, a titolo di favore, un appoggio esterno costituito nel procurare, in caso di necessità, la partecipazione del marocchino al tentativo di omicidio.
Il terzo motivo denuncia violazione dell'art. 56 c.p., comma 1, con riferimento all'affermata sussistenza del tentativo punibile di omicidio sulla base soltanto della presunta disponibilità di armi e della previa effettuazione di riunioni preparatorie, senza che risultasse neppure dimostrata l'asserita presenza di carabinieri, da cui sarebbe dipesa la mancata attuazione del proposito criminoso, attesa la mancata conferma, da parte dei sottufficiali assunti come testi, in ordine ad interventi sul territorio, avendo i medesimi riferito solo di avvertimenti dati alla vittima designata circa il pericolo che correva.
Il quarto motivo deduce violazione dell'art. 56 c.p., comma 2, per non essere stata riconosciuta, comunque, la desistenza volontaria dal preteso tentativo di omicidio, atteso che - a parte quanto riferito dal poco attendibile b., secondo cui, in una prima occasione, il commando si sarebbe astenuto dal colpire la vittima a causa della presenza della moglie e dei figli e, in seguito, esso b.
avrebbe autonomamente abbandonato l'idea di compiere l'omicidio - neppure sulla base delle dichiarazioni del Ta. si sarebbe potuto dire che l'attuazione del proposito criminoso fosse stata impedita da un qualche fattore esterno, tale non potendosi ritenere la presenza, una prima volta, del Ba. (il quale aveva riferito di non essersi accorto di nulla) e non avendo trovato conferma, come già osservato, la circostanza che, in altra occasione, vi sarebbe stata, secondo il collaborante, la presenza dei Carabinieri.
4.2 - Con unico motivo d'impugnazione, il difensore di C. G. deduce vizio di motivazione per avere la Corte di merito: 1) considerato come validi riscontri alle dichiarazioni accusatorie dei collaboranti alcune conversazioni nelle quali soggetti terzi, parlando del ricorrente, partivano dal presupposto che egli, secondo quanto all'epoca sostenuto dal Ta., fosse stato responsabile dell'omicidio di Bo.Fe., dal quale, poi, era stato invece assolto, avendo il Ta., nel prosieguo della sua collaborazione, confessato di essere stato lui stesso l'autore del delitto; 2) attribuito valenza probatoria alle suddette dichiarazioni accusatorie, provenienti dai collaboranti Ba., A. e L., non considerando che le stesse, oltre ad essere generiche e non del tutto concordati tra loro, cozzavano con il fatto che il ricorrente era stato assolto dal reato di concorso nel tentativo di estorsione in danno della cooperativa Costruttori;
3) indebitamente negato, pur riducendo di un anno la pena inflitta all'esito del giudizio di primo grado, le attenuanti generiche, con riferimento alla pretesa gravità dei reati contestati ed alla loro reiterazione nel tempo, nonchè al protagonismo dell'imputato, senza considerare che questi, non gravato da precedenti condanne, era stato ritenuto responsabile del solo reato associativo, di carattere permanente.
4.3 - Con unico motivo d'impugnazione, il difensore di C. P. denuncia vizio di motivazione in ordine al confermato giudizio di penale responsabilità, sull'assunto che: 1) quanto al reato associativo: - 1/a) nè dalle dichiarazioni dei collaboranti Ba. e Ta., nè dal contenuto delle conversazioni intercettate sarebbe stato desumibile che il ricorrente, già condannato in via definitiva per analogo reato da ritenersi consumato il (OMISSIS), data della sentenza di condanna, avesse, successivamente, continuato a far parte della consorteria mafiosa, nonostante l'ininterrotto stato di detenzione, atteso che del tutto generiche e de relato risultavano le anzidette dichiarazioni e che, quanto alle conversazioni intercettate, il contenuto di quelle intercorse tra l'imputato ed alcuni suoi congiunti riguardava soltanto questioni di carattere familiare mentre, con riguardo a quella del 2 ottobre 2003, intercorsa tra il Ta. e C.G., figlio dell'odierno ricorrente, in cui quest'ultimo portava all'interlocutore i saluti del padre, del tutto apodittico sarebbe l'assunto della Corte distrettuale secondo cui tale messaggio avrebbe avuto un significato criptico, nel senso che con esso si sarebbe voluta rammentare la posizione di supremazia del soggetto dal quale il messaggio medesimo proveniva; - 1/b) non sì sarebbe potuto trarre argomento a sostegno dell'accusa (come invece aveva fatto i giudici di merito) dal fatto che in una conversazione intercettata il ricorrente avesse espresso al proprio figlio delle preoccupazioni circa il pericolo che sarebbe potuto derivare dalla scelta collaborativa dell' A., atteso che detta preoccupazione ben avrebbe potuto giustificarsi anche in relazione a fatti diversi e pregressi rispetto a quello in commento, di cui il collaboratore fosse a conoscenza;
1/c) neppure si sarebbe potuto trarre argomento di prova a carico del ricorrente dall'avvenuto ritrovamento, nell'autovettura di C. F., di alcuni messaggi scritti (cd. pizzini) asseritamente dimostrativi del fatto che fino al 2006 sarebbero state effettuate attività estorsive alle quali esso ricorrente sarebbe stato interessato come capo della consorteria criminosa, atteso che - si sostiene - tali messaggi avrebbero tutt'al più dimostrato il coinvolgimento del ricorrente nelle suddette attività fino all'anno 1998;
2) quanto agli addebiti di estorsione: - 2/a) quello in danno di S.A. sarebbe stato da escludere sulla base delle dichiarazioni della stessa persona offesa, che aveva negato di aver ricevuto, direttamente o per interposta persona, richieste estorsive dal ricorrente, indicato dallo stesso S. come semplice paesano con il quale, però, non avrebbe avuto rapporti da circa venti anni; - 2/b) gli altri addebiti sarebbero stati ritenuti sussistenti senza specifica motivazione, avendone la Corte di merito trattato solo con riguardo al delitto associativo, per trarne argomento di prova a sostegno della ritenuta responsabilità del ricorrente per tale delitto.
4.4 - Il ricorso in favore di C.V. deduce, con unico motivo, il vizio di motivazione in ordine al confermato giudizio di colpevolezza, sull'assunto, anche in questo caso, dell'assoluta inidoneità delle dichiarazioni dei collaboranti Ba. e Ta. a costituire prova della fondatezza dell'accusa con riguardo tanto al reato associativo quanto a quelli di estorsione;
inidoneità che sarebbe stata da riconoscere anche per le dichiarazioni degli altri collaboranti, Ce. e R., richiamate nell'impugnata sentenza in relazione alla posizione del C.V., attesa la genericità del loro contenuto, da cui non sarebbe stato desumibile alcun fatto specifico dimostrativo dell'attiva partecipazione al sodalizio criminoso da parte del medesimo ricorrente, anch'egli condannato in via definitiva per il medesimo reato e detenuto dal 1999 (come C.P.).
4.5 - Il primo motivo del ricorso in favore di Cu.Sa.
deduce, con riguardo al reato associativo, violazione della regola dell'ocre ogni ragionevole dubbio nonchè dell'art. 192 c.p.p., commi 2 e 3, unitamente a contradditorietà di motivazione, sull'assunto che la ritenuta appartenenza del ricorrente al sodalizio criminoso facente capo alla famiglia C., oltre a non poter essere desunta dalla successiva aderenza alla cd. "frangia ribelle", non sarebbe stata in alcun modo provata dalle dichiarazioni dei collaboranti Ba., A. e Ta., caratterizzate da assoluta genericità e contraddette, inoltre, da quelle, ingiustificatamente ritenute ininfluenti dalla Corte di merito, provenienti dall'altro collaborante R..
Il secondo motivo deduce, con riguardo al reato di tentato omicidio, violazione dell'art. 56 c.p., sull'assunto che, dovendosi affrontare, nella specie, la questione circa l'idoneità o meno delle attività organizzative preparatorie a costituire tentativo punibile, il giudice di appello non sarebbe potuto giungere alla soluzione positiva sulla base di acritica adesione a quello che sarebbe stato l'orientamento giurisprudenziale maggioritario (peraltro disatteso, oltre che dalla pronuncia richiamata nell'impugnata sentenza, anche da altra più recente, Cass. 1, n. 9411/2010), così omettendo di operare una selezione in concreto tra attività preparatorie ed attività configuranti tentativo punibile, tanto da dare l'idea di ricondurre al tentativo persino un viaggio a Torino, ritenuto funzionale a contattare un possibile futuro esecutore materiale, mai poi in concreto individuato e mai neppure inizialmente coinvolto nel fatto.
4.6 - Il primo motivo del ricorso in favore di D.P.C. deduce violazione dell'art. 606, comma 1, lett. b), in relazione agli artt. 649 e 646 c.p., sul rilievo, quanto al reato di ricettazione, che dalle stesse dichiarazioni del Ta. si sarebbe dovuto desumere che il ricorrente non solo non era stato informato della provenienza furtiva degli animali, ma neppure ne aveva acquisito la disponibilità, rimasta sempre al nominato Ta., essendosi egli limitato ad accudirli.
Il secondo motivo deduce difetto di motivazione, sul rilievo, quanto al reato di tentata truffa in danno dell'INPS (configurato sulla base della ritenuta fittizietà del rapporto di dipendenza del ricorrente, quale bracciante agricolo, da tale M.R.), che la sussistenza del detto reato sarebbe stata affermata sulla base di una "mera deduzione" del giudice di appello, non essendo essa deducibile, contrariamente a quanto affermato nell'impugnata sentenza, dal contenuto di una conversazione intercettata intercorsa tra il M. ed il Ta., in cui - si afferma - il ricorrente non era affatto menzionato; e ciò senza considerare che, in ogni caso, il reato in questione sarebbe stato da escludere, non essendovi stata alcuna disposizione patrimoniale da parte dell'INPS. 4.7 - Il primo motivo del ricorso in favore di L.G. G. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 238, 190, 192, 495 e 526 c.p.p., unitamente a vizio di motivazione, sull'assunto che, essendosi richiesta nei motivi d'appello l'acquisizione dei verbali dell'incidente probatorio effettuato nell'ambito di un procedimento collegato, in cui erano state assunte le dichiarazioni rese dai testi Ma.Ig., L. F. e P.S., in merito ai rapporti della Calcestruzzi con l'imputato nel contesto mafioso di Riesi e Caltanissetta, indebitamente detta richiesta sarebbe stata respinta sulla base del rilievo che, trattandosi di dichiarazioni precedenti alla definizione del giudizio di primo grado, la difesa avrebbe dovuto dimostrare di esserne venuta a conoscenza successivamente alla suddetta definizione; rilievo, questo, che - si sostiene - non tiene conto del fatto che, in realtà, la richiesta in questione, come risulta dal verbale di udienza del 17 ottobre 2008, era stata avanzata già nel corso del giudizio di primo grado, previa sospensione della discussione finale; e ciò a prescindere dall'ulteriore considerazione che, comunque, trattandosi di richiesta volta all'acquisizione di documenti, essa, in base al principio affermato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza n. 33748/2005, sarebbe stata accoglibile, anche in sede di appello, indipendentemente dalla sussistenza o meno delle condizioni previste per la riapertura dell'istruzione dibattimentale dall'art. 603 c.p.p., cui invece si fa riferimento nella sentenza impugnata.
Il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 603, 190, 192, 495 e 523 c.p.p., unitamente a vizio di motivazione, sull'assunto che, essendo stata richiesta, nei motivi d'appello, anche l'assunzione dei summenzionati testi Ma., Li.
e P., indebitamente tale richiesta sarebbe stata disattesa dalla Corte territoriale con esclusivo riferimento all'art. 603 c.p.p., comma 1, laddove essa sarebbe stata, invece, da accogliere, alla stregua del principio affermato da Cass. S.U. n. 11227/1992, secondo cui dovrebbe essere sempre assunta la prova volta alla modifica della ricostruzione dei fatti, in vista di diversa qualificazione giuridica.
Il terzo motivo deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 416 bis e 110 c.p., artt. 192 e 533 c.p.p., unitamente a vizio di motivazione, sull'assunto che, contrariamente a quanto affermato nell'impugnata sentenza, non tutti i collaboratori di giustizia avrebbero indicato il ricorrente come uomo d'onore della famiglia di Riesi e persona che lavorava alla Calcestruzzi s.p.a., di cui curava tutti gli aspetti economici, risultando acquisite in atti le dichiarazioni dei collaboratori A.G., R.C., R.S., Si.An., Le.An. e C. L., non adeguatamente valutate dalla corte di merito, dalle quali si sarebbe dovuto desumere che il ricorrente non sarebbe stato considerato un aderente al sodalizio mafioso ma, tutt'al più, un "avvicinato";
Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione, ancora, degli stessi artt. 416 bis e 110 c.p., artt. 192 e 533 c.p.p., unitamente a vizio di motivazione, sull'assunto che, posta l'accertata circostanza di fatto che i rapporti della Calcestruzzi con il sodalizio mafioso erano tenuti, a livello di vertice, da tale ing. Bi., sarebbe stato necessario spiegare come, stando alle dichiarazioni dei collaboranti Ce.Em., F.C. A. e Ta.Gi., la Calcestruzzi potesse aver pagato le tangenti di cui all'imputazione.
Il quinto motivo deduce violazione e falsa applicazione, ulteriormente, sempre degli stessi artt. 416 bis e 110 c.p., artt. 192 e 533 c.p.p., unitamente a vizio di motivazione, sull'assunto che: - 5/a) la Corte territoriale avrebbe omesso di affrontare, come invece avrebbe dovuto, il problema attinente alla qualificabilità alla condotta del ricorrente come partecipazione al sodalizio mafioso ovvero mero concorso esterno, posto che dalle stesse dichiarazioni dei collaboranti (in particolare quelle del F.) sarebbe emerso come lo stesso L. non avesse alcuna posizione di potere nell'ambito della Calcestruzzi; - 5/b) indebitamente sarebbe stato assunto come elemento a carico del ricorrente il fatto che quest'ultimo fosse stato presente ad un agguato di tipo mafioso conclusosi con l'omicidio di certi fratelli Ga., non essendosi considerato che da tale omicidio egli era stato poi assolto;
Con atto depositato il 30.9.2010, l'avv. Carmelo Scarso ha proposto motivi aggiunti denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 62 bis, 133 e 416 bis c.p. e art. 192 c.p.p., unitamente a vizio motivazionale e travisamento della prova, sull'assunto che indebitamente sarebbe stato confermato dalla Corte territoriale il diniego delle attenuanti generiche, sulla base della ritenuta gravità dei fatti, unita alla mancanza di segni di resipiscenza, laddove si sarebbe dovuto considerare, quanto al primo dei detti elementi, che la partecipazione del ricorrente al sodalizio mafioso, secondo quanto riferito dai collaboranti A. e R. C., definiti come memorie storiche associative, non sarebbe stata anteriore all'anno 2000; quanto al secondo, che vi erano state delle dichiarazioni confessorie la cui valenza, con riguardo al reato associativo, non sarebbe stata da escludere per il solo fatto della loro asserita inidoneità a introdurre elementi di novità nel già acquisito quadro probatorio, dovendosi, invece, valutare la loro attitudine ad incidere sul giudizio relativo alla personalità dell'imputato, alla sua capacità a delinquere e alla prognosi di persistenza della condotta illecita, tenendo altresì conto del fatto che egli aveva anche fatto i nomi degli associati mafiosi coinvolti, esponendosi così a sicura ritorsione.
4.8 - Il primo motivo proposto in favore di P.G. deduce inosservanza di norme processuali e vizio di motivazione in ordine al reato associativo, sull'assunto che: - 1/a) essendo stato il ricorrente chiamato a rispondere, al capo a1), di partecipazione al sodalizio mafioso denominato "cosa nostra" operante nel territorio di Riesi, non sarebbe stato possibile affermare la sua responsabilità in ordine al suddetto reato sotto il diverso e mai contestato profilo della sua asserita appartenenza alla cd. "frangia ribelle" cui sarebbe stato addebitabile il tentativo di omicidio nei confronti del C.F.; - 1/b) nessuna valida risposta sarebbe stata fornita alle obiezioni difensive secondo le quali il P. cui si faceva riferimento in alcune conversazioni intercettate sarebbe stato non l'attuale ricorrente ma il P.S.; - 1/c) con riferimento ad una conversazione intercettata fra T.F. ed il ricorrente, illogico sarebbe stato desumere da essa (come invece avrebbe fatto la corte di merito) il pieno inserimento del ricorrente medesimo nel contesto associativo, dal momento che a lui sarebbe stato attribuito un ruolo di mediazione incompatibile, come tale, con la posizione di aderente al sodalizio in questione;
Il secondo motivo deduce vizio di motivazione in ordine al tentato omicidio di C.F. e reati connessi, sull'assunto che:
- 2/a) nessuna risposta sarebbe stata fornita alle obiezioni difensive attinenti alla effettiva configurabilità del tentativo punibile, avuto riguardo, in particolare, ai dubbi che si sarebbero dovuti nutrire circa il preteso affidamento dell'incarico di esecutore materiale al marocchino b. (il quale aveva peraltro poi dimostrato di non aver avuto l'intenzione di adempiere al suddetto incarico), come pure al fatto, rilevante ai fini della possibile configurabilità della desistenza volontaria, che ci si sarebbe astenuti dal portare a termine l'azione criminosa solo a causa, in una prima occasione, della rilevata presenza dei familiari della vittima designata e, in una seconda, della parimenti rilevata presenza di una pattuglia di Carabinieri, non confermata, però, nè da documenti nè da testimonianze; - 2/b) erroneamente sarebbe stata ritenuta sussistente l'aggravante di cui alla L. n. 203 del 1991, art. 7, atteso che in nessun modo si sarebbe potuto sostenere che il tentativo di omicidio in danno del capo del sodalizio criminoso fosse un facere realizzabile in forza delle condizioni previste dall'art. 416 bis o per agevolare l'attività dell'organizzazione.
Il terzo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in ordine al reato di furto aggravato, sull'assunto che: - 3/a) la partecipazione del ricorrente a tale reato non sarebbe stata desumibile, contrariamente a quanto ritenuto dalla corte territoriale, nè dalle dichiarazioni del Ta., essendo questi - si afferma - soggetto ritenuto poco attendibile nella sentenza di primo grado, nè dalle conversazioni intercettate, tutt'al più dimostrative di una presenza del ricorrente nei pressi del luogo del fatto, ma non della consapevolezza di quanto "altri andavano a compiere"; - 3/b) ingiustificato sarebbe stato il mancato riconoscimento della continuazione tra il furto e gli altri reati attribuiti al ricorrente, essendo stati commessi, l'uno e gli altri, nel medesimo arco temporale e con la partecipazione delle medesime persone;
Il quarto motivo denuncia vizio di motivazione in ordine al trattamento sanzionatorio, sull'assunto che: - 4/a) la pena sarebbe stata da considerare eccessiva, siccome calibrata sulla ritenuta maggior gravità del tentato omicidio rispetto al reato associativo;
- 4/b) ingiustificato sarebbe stato il diniego delle attenuanti generiche, motivato dalla corte di merito con riferimento alla gravità dei fatti, alla reiterazione delle condotte criminose ed alla mancata dimostrazione di alcun comportamento di resipiscenza o di ammissione dei fatti; elementi, questi, da riguardarsi, ad avviso della difesa, come insussistenti o privi di rilevanza, a fronte del fatto, indebitamente trascurato, costituito dalla intemerata scelta di vita operata e condotta avanti per circa cinquant'anni dal ricorrente, nei confronti del quale, inoltre - si sostiene - sarebbe stata operata una ingiustificata disparità di trattamento rispetto a quello riservato al parimenti incensurato C.G., cui le attenuanti generiche erano state concesse.
Il primo dei motivi aggiunti proposti dall'avv. Gaitoli denuncia contraddittorietà o manifesta illogicità di motivazione, ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. e), con riferimento al capo a), sul rilievo che, erroneamente era stata ritenuta la colpevolezza dell'imputato solo sulla base del ritenuto coinvolgimento nella pretesa frangia ribelle, ove invece egli era intervento solo come intermediario per la soluzione della questione del compare T..
Il secondo motivo contesta la configurazione del tentativo punibile, in violazione dell'art. 56 c.p.p., comma 1 e 2.
Gli altri due motivi aggiunti, presentati dall'avv. Vitello, riguardano anch'essi la quaestio iuris del tentativo punibile, ai sensi dell'art. 56 c.p., comma 1, e della negata applicazione della desistenza volontaria, ai sensi dello stesso art. 56 c.p., comma 3, tenuto peraltro conto dell'inattendibilità delle dichiarazioni di b.m..
5.1 - Il primo motivo del ricorso in favore del B. si colloca alle soglie dell'inammissibilità, riguardando la valutazione dell'apporto dichiarativo delle propalazioni del collaboratore Ba.Ca.. Si tratta, infatti, di questione prettamente di merito, che sfugge al sindacato di questo Giudice di legittimità in quanto adeguatamente motivata.
Ed invero, in ordine al profilo di censura sopra indicato sub 1/a), il giudice a quo ha chiaramente spiegato, che l'attribuzione al B. della mera qualifica di avvicinato (rispetto a T. G., altro collaboratore di giustizia) non è in sè decisiva giacchè dal compendio probatorio in atti emerge aliunde un rapporto privilegiato tra i due, che assume particolare pregnanza in funzione della tesi accusatoria secondo cui, attorno al Ta., si fosse coagulato il dissenso di alcuni sodali, costituenti la cd. frangia ribelle, nell'ambito della quale era maturato il proposito di sopprimere C.F. per conseguire la leadership della consorteria. L'appartenenza dell'odierno ricorrente a quella cellula di dissidenti è stata confermata dallo stesso Ta., sicchè gli elementi probatori valutati dalla Corte di merito in ordine al coinvolgimento del ricorrente nel piano omicidiario anzidetto, che, nelle finalità strategiche della neoformazione ribelle, aveva rilievo essenziale, contribuivano a conferire a quell'espressione un riflesso semantico incontrovertibile, in chiave di appartenenza e non già di mero apporto esterno al sodalizio mafioso. In proposito, si osserva che, in precedenti occasioni, questa Corte di legittimità ha già avuto modo di valutare il significato, in gergo mafioso, della qualità di avvicinato, rilevando che, nella sua genericità espressiva, il lemma, privo di ulteriori specificazioni, può solo essere sinonimo di mera condivisione di un certo stile di vita volto a devianza od anche di contiguità e disponibilità alla bisogna, eventualmente apprezzabile nella logica del concorso cd. esterno, ai sensi degli artt. 110 e 416-bis (cfr. il datato precedente, in tema di misura cautelare, Cass. sez. 5, 10.10.1994, n. 4379, rv. 200193).
Nondimeno, in presenza di univoci elementi dimostrativi di effettiva messa a disposizione, il termine finisce con il perdere la sua genericità significativa, per indicare non più solo mera adesione, ma vera e propria partecipazione, sia pure ad un livello subordinato nella gerarchia mafiosa, ossia di mero apprendistato (cfr. Cass. sez. 1 18.2.2010, n. 9091 del 18/02/2010, rv. 246493; vedi, pure, id. sez. 1, 21.3.1995, n. 1737, rv. 201361). Orbene, a conferma della ritenuta appartenenza, e quindi della ribadita colpevolezza del B. al reato associativo sub a1), sono state correttamente valutate ed addotte non solo le propalazioni dei collaboratori e le conferme rivenienti dalle indicate captazioni in atti, ma anche - e soprattutto - emergenze processuali ritenute dimostrative della partecipazione dello stesso imputato al reiterato tentato omicidio in danno di C.F., in ragione - per quanto si è detto - della rilevanza fondamentale che la soppressione del capo della consorteria aveva nelle mire strategiche del gruppo dei ribelli, costituendo anzi la ragione precipua della sua stessa aggregazione.
Proprio l'essenzialità del progetto omicidiario per la stessa ragion d'essere della neoformazione, nel senso che questa postulava la soppressione del capo della consorteria, giustifica ampiamente la commistione di elementi dimostrativi del vincolo associativo e del tentato omicidio, trattandosi di dati probatori che interagiscono e, inevitabilmente, si sovrappongono nella loro duplice valenza significativa.
Quanto al profilo di censura sub 1/b, relativo alla pretesa inaffidabilità dell'accusa di Ta.Gi., il giudice a quo, in risposta ad identiche obiezioni difensive, si è doverosamente fatto carico di dar conto del percorso tortuoso e graduale seguito dallo stesso Ta., ritenendo che le iniziali reticenze nei confronti del B. fossero state, plausibilmente, spiegate dallo stesso propalante (che aveva, poi, abbandonato le iniziali remore, dopo la presa d'atto del contenuto compromettente, per lo stesso B., delle acquisite captazioni: ci sono le intercettazioni che parlami f. 60), e che, comunque, non fossero tali da minare la tenuta complessiva del dictum accusatorio, alla luce delle conferme rivenienti da altre emergenze processuali, quali, in particolare, le dichiarazioni del collaboratore b.m. e gli esiti delle captazioni in atti (tra cui quelle del 24.9.2004 e del 15.9.2004), particolarmente indicative della partecipazione del B. ai due tentativi di omicidio in danno di C. F., nelle date anzidette.
Non solo, ma il giudice a quo non ha certamente eluso l'obiezione difensiva riguardante pretese ragioni di risentimento del propalante nei confronti del B., osservando che la circostanza, dallo stesso ammessa (il debito di una somma di danaro per l'acquisto di un'autovettura) non era sufficiente, di per sè, a dimostrare l'esistenza di motivi di rancore o di avversione del collaborante, sì da determinare un'accusa calunniosa a fini ritorsivi. Ad ogni modo, risulta decisivo, in proposito, il rilievo del giudice di merito secondo cui nessuna prova era stata fornita in ordine alle modalità di pagamento dell'autoveicolo ed all'eventuale residuo). Si tratta, in tutta evidenza, di apprezzamento squisitamente di merito, insindacabile in questa sede di legittimità siccome adeguatamente argomentato.
Quanto al profilo di censura sub 1/c) (relativo alla mancata valutazione di certificazione sanitaria attestante la riferita distorsione ad un piede, che avrebbe impedito al ricorrente di guidare l'autovettura nel periodo di tempo in considerazione, rendendo, così, inattendibile l'accusa dei collaboratori di giustizia in ordine al ruolo da lui svolto in occasione del tentato omicidio), si osserva che, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, la Corte di merito ha valutato l'asserito impedimento, rilevando con incensurabile notazione in punto di fatto, che la documentazione era del tutto irrilevante, posto che la stessa attestava soltanto una sintomatologia algica, che non impediva gli spostamenti e che, dunque, non era tale da costituire assoluto impedimento alla guida di un'autovettura.
Per quanto concerne, poi, i profili di censura sub 1/d), relativi alla valutazione delle propalazioni del collaboratore m. e degli esiti delle disposte intercettazioni, il giudice a quo ha escluso qualsiasi contraddittorietà tra gli atti di causa, sul rilievo che le captazioni confermavano che, almeno in un'occasione (il 15.9.2004), l'autovettura del B., una Y10, era presente sul luogo dell'agguato. D'altro canto, l'impugnazione -se da un lato non pone in dubbio la credibilità del narrato del m., nella parte in cui ammette la diretta partecipazione dello stesso dichiarante ai ripetuti agguati finalizzati alla soppressione del C.F. - non spiega per quale ragione la pretesa inesattezza nel suo racconto (sul fatto che egli fosse stato a bordo dell'auto del B., anzichè di quella del P.) dovesse intendersi come sintomatica di intento calunnioso nei confronti dell'odierno ricorrente, considerato che un siffatto intendimento, se effettivamente presente, avrebbe ben potuto essere perseguito anche indipendentemente dal particolare in questione, che, comunque, nell'economia del racconto, non è stato motivatamente ritenuto essenziale. Sul punto, può certamente ribadirsi il principio di diritto secondo cui le dichiarazioni accusatorie rese da imputati dello stesso reato ovvero di reato connesso o interprobatoriamente collegato, per costituire prova, possono anche riscontrarsi reciprocamente, a condizione che siano dotate ciascuna di intrinseca attendibilità, soggettiva ed oggettiva, e (in assenza di specifici elementi atti a far ragionevolmente sospettare accordi fraudolenti o reciproche suggestioni), risultino concordanti sul nucleo essenziale del narrato, rimanendo quindi indifferenti eventuali divergenze o discrasie che investano soltanto elementi circostanziali del fatto, a meno che le loro caratteristiche siano tali da far necessariamente ritenere o che il dichiarante, contrariamente al suo assunto, non abbia in realtà partecipato alle vicende i cui particolari sono stati da lui riferiti, ovvero che egli tali particolari abbia dovuto inventare o alterare al riconoscibile fine di sostenere un'accusa che, altrimenti, sarebbe stata insostenibile. Ne deriva che, ove con la sentenza di merito sia stata affermata la responsabilità dell'imputato sulla base della ritenuta sussistenza di una prova del genere anzidetto, non può validamente prospettarsi, in sede di legittimità, come motivo di censura, il solo fatto che le dichiarazioni accusatorie ritenute concordanti presentino in realtà fra loro divergenze e discrasie, quando queste attengano ad elementi di natura circostanziale e non vengano indicate (salvo che siano rilevabili "ictu oculi") le ragioni per le quali, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuta attribuire loro una specifica e decisiva rilevanza nel senso sopra illustrato. La mancanza di una tale indicazione rende, quindi, di per sè, inammissibile il ricorso per difetto dei necessari requisiti di specificità (cfr. Cass. sez. 1, 19 marzo 2003 n. 19683, rv 23848).
In riferimento al profilo di censura sub 1/d-2), è vero che gli elementi di fatto richiamati dalla difesa e specificamente dedotti nell'atto di appello (mancata registrazione della telefonata che B. avrebbe fatto a Ta. ed assenza di tracce documentali circa l'asserita presenza dei Carabinieri) erano stati sottoposti all'attenzione del giudice di appello, senza trovare puntuale e specifica motivazione. E' pur vero, però, che il carattere di non decisività delle allegazioni difensive rendeva superflua una specifica risposta in proposito, specialmente in ordine alle dichiarazioni testimoniali degli operanti mar. Be. e Co., che non avevano segnalato alcunchè a carico dell'odierno ricorrente, tanto più alla luce della circostanza, pure emersa in processo, che, in determinate occasioni, l'odierno ricorrente fosse riuscito a sfuggire ai controlli dei posti di blocco. Anzi, al riguardo, lo stesso collaboratore m. aveva riferito che, in una circostanza, il B., che deteneva le armi a bordo della sua autovettura, era sfuggito ad un posto di blocco, deviando per una strada sterrata, il cui percorso aveva danneggiato la stessa autovettura. Ad ogni modo, alla stregua del richiamato arresto giurisprudenziale, marginali discrasie del racconto accusatorio del collaboratore, non attinenti al nucleo essenziale della vicenda, non sono tali da scalfire la complessiva attendibilità, potendo, al contrario, rappresentare indici significativi di genuinità e spontaneità.
Quanto al punto 1/d-3), è sufficiente osservare che l'assoluzione del D.P.P., pur esso accusato dal m., non è fondata su di un giudizio di generale inattendibilità del collaborante, avendo anzi il giudice di appello espressamente affermato che le dichiarazioni da lui rese erano da ritenersi pienamente attendibili e caratterizzate dall'assenza di qualsiasi motivazione ritorsiva o vendicativa e, nondimeno, non potessero ritenersi, di per sè sole, sufficienti a sostenere una pronuncia di colpevolezza, risultando peraltro caratterizzate da una certa genericità (rispetto a quelle relative ad altri chiamati in correità), tanto da non potersi escludere che il collaborante non avesse, in questo caso, "interamente percepito ruolo e responsabilità del D.P., sempre presente nell'ovile del Ta., equivocando sulla presenza dell'imputato che poteva anche trovarsi lì esclusivamente per motivi di lavoro"; senza però che tutto questo potesse intendersi come segno di accusa preordinata.
In riferimento alla censura sub 1/e), si osserva che i dubbi in merito all'effettiva identificabilità dell'imputato con il C. di cui si parla in talune intercettazioni vengono prospettati in termini di assoluta genericità e, quanto alle conversazioni di cui, viceversa, è riconosciuta la riferibilità al ricorrente, si menzionano solo quelle del 17/7/04 (rectius 17/7/03), 18/7/03 e 20/7/03, pur contestandone la rilevanza, mentre si passano sotto silenzio tutte le altre, indicate in sentenza nel loro contenuto essenziale, ritenuto - con apprezzamento propriamente di merito - adeguatamente dimostrativo a sostegno della prospettazione accusatoria.
La seconda censura, che ripropone dubbi sulla ritenuta sussistenza del reato di cui all'art. 416 bis c.p., è priva di fondamento.
Inutilmente, parte ricorrente, per minimizzare la portata delle risultanze probatorie, si richiama alla parte delle dichiarazioni del Ta., relative al mero appoggio esterno che il B. avrebbe fornito in occasione della reiterata predisposizione di agguati in danno di C.F.. Ed invero, a parte che l'appoggio di cui parla il collaboratore non è la semplice disponibilità apprezzabile in chiave di concorso esterno, ma è concreto apporto causale nella realizzazione del piano omicidiario funzionale all'interesse strategico della cosca ribelle, il ricorrente si limita a ricordare, tra le dichiarazioni dello stesso Ta., solo quelle rese all'udienza del 18 giugno 2007, in cui effettivamente il collaborante aveva parlato di "appoggio esterno" da parte del B., tralasciando quelle rese alla successiva udienza del 25 febbraio 2008 (ff. 59 e 60) in cui si affermava, espressamente, che il B. era nel gruppo della "frangia ribelle"; era a disposizione... Sono, parimenti, sottaciute le ulteriori risultanze indicate in sentenza come dimostrative della piena partecipazione dell'odierno ricorrente al sodalizio criminoso, in particolare, le già menzionate dichiarazioni del b.m.
nonchè le numerose intercettazioni indicate in sede di esame del punto 1/e) del primo motivo.
Con riferimento al terzo motivo, riguardante la ritenuta sussistenza degli estremi del tentativo di omicidio, si osserva che la fattispecie delittuosa in questione è stata ravvisata dai giudici di merito in ragione non solo dell'asserita partecipazione del B. a riunioni preparatorie ed alla disponibilità di armi (peraltro, validamente affermata alla stregua di puntuali dichiarazioni dei collaboranti, segnatamente del m., e delle indicate captazioni in atti), ma soprattutto del rilievo, adeguatamente argomentato, che lo stesso B. ed i suoi complici erano passati, in più riprese, alla fase attuativa del piano criminoso, mediante l'effettuazione di veri e propri appostamenti (in particolare nei giorni 24 agosto e 15 settembre 2004), finalizzati al compimento dell'omicidio, poi non realizzato per la rilevata presenza, in zona, di pattuglie di Carabinieri. Tale circostanza rende la fattispecie del tutto analoga a quella cui si riferisce il precedente giurisprudenziale, correttamente evocato nella sentenza impugnata (cfr. Cass. sez. 6, 20.5,2008 n. 27323, rv 240736, che aveva ritenuto la sussistenza del tentativo punibile di omicidio in un caso in cui il commando punitivo, munito di pistole e dotato di mezzi di trasporto, non aveva potuto portare a compimento il delitto a causa della presenza, sul posto, di una pattuglia della polizia. In contrario, non può, invece, valere il richiamo, da parte della difesa, al diverso precedente costituito da Cass. sez. 1, 24.9.2008 n. 40058, rv 241649, giacchè - a parte il fatto che esso, nel riproporre l'antica distinzione tra atti preparatori ed atti esecutivi, per affermare che solo questi ultimi possono integrare tentativo punibile, si pone, pressochè isolatamente, in contrasto con pluridecennale orientamento di segno contrario - non può neppure dirsi che la fattispecie di riferimento sia assimilabile a quella in esame, poichè, in quel caso, risultava che gli imputati, pur armati e dotati di mezzo di trasporto rubato, si erano limitati ad effettuare, nei pressi dell'abitazione della vittima designata, un semplice sopralluogo (cosa ben diversa dall'appostamento o dall'agguato, finalizzati, per loro natura, alla immediata realizzazione del proposito criminoso). Merita, invece, di essere ribadito il principio di diritto secondo cui l'idoneità degli atti, richiesta per la configurabilità del reato tentato, deve essere valutata con giudizio "ex ante", tenendo conto delle circostanze in cui opera l'agente e delle modalità dell'azione, in modo da determinarne la reale adeguatezza causale e l'attitudine a creare una situazione di pericolo attuale e concreto di lesione del bene protetto (cfr., da ultimo, Cass. sez. 1, 4.3.2010, n. 27918, rv.
248305).
Ai fini della punibilità del tentativo, ciò che rileva, dunque, è l'idoneità causale degli atti compiuti al conseguimento dell'obiettivo delittuoso nonchè l'univocità della loro destinazione, da apprezzarsi con valutazione ex ante in rapporto alle circostanze di fatto ed alle modalità della condotta, al di là del generico - e tradizionale - discrimen tra atti preparatori ed atti esecutivi. Di talchè, anche l'atto preparatorio può integrare gli estremi del tentativo punibile nel caso in cui, sul piano oggettivo, abbia la capacità e l'attitudine anzidette (cfr. Cass. sez. 2, 15.6.2010, n. 28219, rv. 247680; id. Cass., sez. 1, 15.1.2010, n. 19511, rv 247197; id. sez. 5,24.9.2009, n. 43255, rv. 245720).
Siffatti connotati sono stati, positivamente, riscontrati nella fattispecie in questione ed il relativo apprezzamento, in quanto corretto, supera largamente lo scrutinio di legittimità.
Inoltre, il fatto che l'asserita presenza di Carabinieri, cui sarebbe dovuta la mancata attuazione del progetto omicidiario, non risulti confermata da apposite relazioni di servizio o da altra analoga documentazione non assume decisiva rilevanza in favore della tesi difensiva, risultando dallo stesso ricorso che, dei due sottufficiali esaminati come testi sul punto, uno (il m.llo Al.) aveva dichiarato soltanto di "non ricordare" specifici interventi, del cui eventuale svolgimento avrebbe comunque dovuto esservi traccia documentale; e l'altro (il m.llo Be.) aveva riferito che la vittima designata era stata allertata del pericolo che correva e, per questo, i militari avevano prestato particolare attenzione, senza che però notare alcunchè di sospetto giacchè, diversamente, sarebbe stata redatta apposita relazione; il che, a ben vedere, non esclude certamente che i Carabinieri si fossero davvero trovati sul posto (per una qualche ragione del loro servizio, non soggetta a tracciatura) e fossero stati notati dai killers, senza però che della loro presenza i militari avessero avuto percezione tanto da dover effettuare specifici interventi o adottare particolari misure da annotare, poi, in apposita relazione.
Per quanto riguarda, infine, la quarta censura, riguardante il mancato riconoscimento della desistenza volontaria, è sufficiente osservare che la presenza dei Carabinieri sul posto dell'agguato, anche nell'occasione indicata dal collaborante m., è stata riferita dal Ta. e, indirettamente, confermata dallo stesso m. nella parte in cui ha riferito che l'omicidio non era stato eseguito non solo perchè la vittima era insieme con la moglie e con i bambini, ma anche perchè il Ta. avvisò che in giro c'erano i Carabinieri.
Le circostanze anzidette integravano certamente imprevisti fattori esterni tali da rendere particolarmente rischiosa l'impresa omicidiaria o da comportare un inutile e non voluto travalicamento del mandato di morte conferito (soppressione anche di moglie e figli e non solo di C.F.), per l'ovvio diverso impatto che, nell'ambiente anche criminale, avrebbe avuto l'inutile soppressione di minori. Al riguardo, va certamente ribadito il principio di diritto secondo cui la desistenza dall'azione delittuosa può ritenersi volontaria quando la prosecuzione non sia impedita da fattori esterni che renderebbero estremamente improbabile il successo di essa e la scelta di desistere sia, pertanto, operata liberamente (cfr., da ultimo, Cass. sez. 4, 24.6.2010, n. 32145, rv. 248183). E' evidente, pertanto, che la desistenza non possa essere configurata in caso di compimento di attività idonea, diretta in modo non equivoco a commettere il delitto, in quanto, in tale ipotesi, si rientra nell'area di operatività di altro istituto, ossia il cd. recesso attivo, qualora il soggetto tenga una condotta attiva che valga a scongiurare l'evento (cfr.,
Avv. Antonino Sugamele

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